| Gita al Monte Amiata |
|
|
|
|
Lo scorso sabato 22 agosto, io e la mia compagna a bordo della nostra Mana e in compagnia di una coppia di amici, anche loro a bordo di un'Aprila (Pegaso però), siamo partiti alla volta del Monte Amiata. Come promesso ecco il report.
L’itinerario si snoda tra il Lazio e la Toscana meridionale per circa 470 km. Abbiamo scelto di evitare, se non per le tappe di puro trasferimento, le strade ad elevato scorrimento, preferendo piuttosto statali, regionali, provinciali e perfino comunali con la sola condizione che avessero curve a volontà e paesaggi mozzafiato.
Il viaggio è stato caratterizzato da uno sbalzo termico di 17° circa e da 1.734 m di dislivello. Alle 8.30, inforcata la Mana e attivato il tom tom, abbiamo dato il via ufficiale alla gita al Monte Amiata.
Il viaggio vero e proprio sarebbe cominciato solo dopo, il programma, per la verità, prevedeva una sosta al bar Rosati di P.le Adriatico per incontrare i nostri amici e fare una colazione leggera: bombolone alla crema e cappuccio. La partenza è avvenuta come previsto da Roma alle 9.00 ancora con il fresco.
Raggiunto il Lago di Bracciano, ne abbiamo costeggiato il versante orientale fino a Trevignano: bella località che dipana i suoi vicoli caratteristici sulla costa nord-est del lago.
Qui sosta caffè e relax ad un baretto posto in posizione panoramica, dove un gruppetto di smanettoni, con tanto di furie quadricilindriche al seguito, era impegnato in discussioni che certamente riguardavano il programma lirico della stagione 2010. La vista suggestiva e il fresco riparo dal sole offertoci dagli alberi ci hanno fatto prolungare la sosta fino a quando una comitiva di chiassosi vecchietti ci ha spodestato del posto migliore.
Ripresa la moto, siamo ripartiti alla volta di Ronciglione (+18Km) e quindi del Lago di Vico (+5Km). Rientrati sulla Cassia, abbiamo percorso un pezzo di strada incrociando il saluto di vari motociclisti. In particolare ne ricordo due dai gusti un po' vintage, a bordo di due vecchie Yamaha RD 350 restaurate che ci hanno superato spargendo odore di olio Castrol ovunque. La Cassia in quel punto è scorrevole, larga e offre qualche bella curvetta da fare in scioltezza.
Dalle parti del Lago di Vico il caldo si era fatto già asfissiante e la vista di bagnanti a mollo ha un attimo fiaccato la nostra volontà.
Ma noi non ci siamo lasciati intimidire e dopo aver costeggiato un po' il piccolo lago vulcanico abbiamo preso la salita per Caprarola e poi via verso il Monte Cimino.
Il paesaggio era già bello e i campi lasciavano posto ai pascoli, inframmezzati da pini, prima, ippocastani e altre latifoglie sempre più verdi poi. Quindi ci siamo lanciati sulla strada Cimina che ci ha portato a due passi dal Monte Cimino, famoso per i castagneti e il prodotto tipico della zona (indovinate?) celebrato in un'affollatissima sagra di fine settembre. qui ci siamo concessi un po' di fresco e parcheggiate le moto al margine di un bosco, ci siamo accasciati sotto i castagni. Gli scherzi, il vociare e le risate hanno di colpo trasformato il posto in qualcosa di meno tranquillo, almeno per il signore che a pochi metri da noi cercava di fare la settimana enigmistica. Poverino, sarà fuggito dalla moglie per stare un po' tranquillo... ma il suo supplizio è durato poco. Avevamo un altro obiettivo ben più serio noi: raggiungere Viterbo per il pranzo.
Altri pochi km ed eravamo in città, guidati (mah!!!) dal tom tom. abbiamo girato perdendoci un po' nelle stradine del centro storico di Viterbo.
Raggiunta la piazza del comune decidevamo di parcheggiare per fare due passi in esplorazione. C’era un casino pazzesco per un matrimonio appena concluso con il classico carosello di auto strombazzanti.
Comunque bisognava che si partisse e dopo Montefiascone ci aspettava il Lago di Bolsena. Anche qui paesaggi straordinari lungo la strada. L’arrivo a Bolsena ci ha confortato moltissimo. Il doppio caffè e le varie bottigliette d'acqua frizzante hanno fatto il resto. Sosta lunga e osservazione della fauna locale. Per fortuna c'era vento. Altrimenti ci saremmo sciolti.
Basta cazzeggio, la montagna ci aspetta e francamente non ne potevamo più della canicola di pianura. Abbandonato il terzo lago del nostro viaggio puntavamo spavaldi la ruota anteriore verso Piancastagnaio.
Km 161. Dopo una sequenza interminabile di destra-sinistra sul sellino delle moto ecco davanti a noi Piancastagnaio.
Stop! Altra passeggiata, ma poi, scoraggiati dalle salite e discese del paesino, ci siamo subito rifugiati in uno dei bar più panoramici d'Italia.
Prima di fiondarci in albergo non potevamo non fare una puntata sulla vetta. Un altro po' di curve, un po' di traffico di vacanzieri, gli immancabili turisti a bordo di moto teutoniche e ovviamente scarpinata a piedi per raggiungere la vetta.
La cena è stata abbondante e soprattutto ottima: panzanelle, rigatoni alla carrettiera, arista con contorno di patate alla Haidi, dolce (zuppa inglese) e frutta. Da bere due buone bottiglie riserva da 14°,5: un sangiovese DOC che in zona si chiama “Montecucco” e un Nobile di Montepulciano. Grappa e amaro offerti gentilmente dalla casa. La serata si è conclusa a guardare il cielo stellato e a sparare cazzate in libertà. Nota positiva: era necessario indossare un maglioncino.
La partenza da Prato delle Macinaie avviene verso le 11.00 con il fresco. Il programma prevede una discesa verso il tirreno con un centinaio di km di curve e tornanti, attraversando Castel del Piano, Arcidosso, Roccalbegna e Scansano.
Non so come si comporta la Mana nella guida sportiveggiante in solitaria. Finora l’ho sempre usata in coppia e devo dire che va una favola. Devo aumentare un poco il precarico della molla e soprattutto il freno dell’ammortizzatore. La pressione delle gomme mi sembrava azzeccata (2,5 e 2,8). La ricerca di un bar aperto si è protratta fino a Scansano (famosa tra l’altro per il locale vino Morellino) dove abbiamo fatto la prima sosta. È stato come scendere dalle montagne russe. Roba da farsi venire il mal di terra.
Km 275.
Una vecchia Guzzi 850 affonda il suo artiglio nel bitume, mentre una motociclista rinuncia a parcheggiare la sua Bonnie per paura di ritrovarla per terra. La solita BMW con targa tedesca erta sul suo cavallettone. Ore 14:00. Pranzo frugale al ristorante “Maria” sul costone in posizione panoramicissima. C’è un refolo di vento e tanto basta ma il servizio è veramente sgarbato.
Agonizziamo per un po’ nel centro storico di capalbio cercando di sopravvivere al caldo asfissiante. Siamo un po’ pessimisti. Ci aspetta ancora tanta strada e non abbiamo la prospettiva di rinfrescarci su qualche montagna. Inoltre ci troviamo a dover riprendere il viaggio alle 15.00. Ora veramente sbagliata.
Da Tarquinia lasciamo l’Aurelia per tornare nell’entroterra, verso Monte Romano.
Km 335.
Tralascio la descrizione dei bagni…
Ci rimettiamo in moto ma con il proposito di fermarci quanto prima, quindi a Vetralla. Mi sento un po’ fiacco e finisco per accodarmi a delle macchine che ci precedono. L’amico a bordo della Pegaso intuisce il momento di stanchezza e mi supera facendo (ed era ora) un po’ da lepre.
Km 355.
Tuttavia finalmente troviamo un bar aperto in un paese chiuso per ferie e che sembra aver subito un attacco nucleare, tanto è desolato. Non dobbiamo perdere troppo tempo ora, alcune nuvole si sono fatte sotto e sembrano minacciose. Rimettiamo le chiappe sulle moto e puntiamo a Sutri quindi a Roma. Percorriamo ora la Cassia che si presenta in condizioni piuttosto cattive. Il manto stradale è tormentato da toppe e screpolature che non infondono sicurezza anche viaggiando al di sotto dei limiti di velocità.
L’ultimo tratto migliora anche se è abbastanza trafficato per il temuto “contro-esodo”. La velocità sale con puntatine a 120/130Km ma di norma ci teniamo sui 100 km/h. Durante gli ultimi 200 km c’è stato un forte vento da ovest che ha un po’ disturbato l’andatura. In velocità si avvertono turbolenze fastidiose. Ci sorpassa un tipo in maglietta e pantaloncini su un TMax giallo. Andava a non meno di 160 all’ora. Non vediamo l’ora di arrivare.
Km 470.
Pulisco i caschi. Pulisco la moto. Spendo così le mie ultime energie. Da domani si pensa al prossimo viaggio.
|



























